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22 Febbraio 2024

Lo Smart Working va contro la produttività? Il CEO di WayFair contro il Work-Life Balance: il nostro commento

A seguito della pandemia si è sviluppato, e oggi viene utilizzato in modo abbastanza diffuso, l’uso del lavoro a distanza o smart working. Tuttavia questa modalità alternativa di lavoro era già iniziata qualche anno prima, intorno al 2019, come sperimentazione da parte di grandi aziende per diluire meglio i carichi di lavoro dei dipendenti e per equilibrare in un certo modo il tempo da dedicare alla vita privata.  

Di per sé lo “smart working” non è né giusto né sbagliato, anzi può avere valenza positiva considerando l’evoluzione culturale e concettuale del lavoro e del “posto di lavoro” delle nuove generazioni. Oltre a ciò lo “smart working” rappresenta anche per molte organizzazioni e aziende un modo per risparmiare costi di locazione e di gestione di spazi e di uffici.  

Oggi però, scemato l’entusiasmo iniziale, molte aziende si stanno chiedendo se sia davvero efficace il lavoro a distanza oppure no. Ancora una volta, come in tutte le iniziative di “cambiamento” di abitudini fortemente radicate, (e quella del posto di lavoro è una tra le più rilevanti), non c’è una risposta precisa e ideale, non c’è giusto o sbagliato. Le variabili da valutare sono tante.

Tra le varie analisi e riflessioni sul bene che le comunità imprenditoriali globali stanno facendo a mio parere si deve distinguere tra la quantità di ore di lavoro a cui una persona è sottoposta quotidianamente e la modalità con cui queste ore vengono svolte, l’equilibrio da raggiungere tra lavoro e vita privata. Oltre a ciò è importante considerare la tipologia del lavoro svolto. Certe attività dedicate a momenti di creatività, progettualità e sviluppo di idee richiedono ad esempio un certo scambio relazionale comunicativo preferibilmente in presenza, così come professioni legate alla vendita e commercializzazione di prodotti o altri casi del settore manifatturiero che necessitano della presenza dell’uomo per funzionare.

Niraj Shah afferma che

“Lavorare tante ore, essere sempre pronti, mischiare il lavoro e la vita privata non sono cose da cui rifuggire. Non ci sono molti precedenti di pigrizia che viene premiata dal successo”.

Questa punto di vista è secondo me piuttosto drastico e non mi trovo pienamente d’accordo. È naturale che il tempo da dedicare al lavoro debba essere quello necessario a svolgere con efficacia ed efficienza le attività che ci portano al raggiungimento dei nostri obiettivi ma è necessario tenere presenti anche la qualità delle ore lavorate e un ceto equilibrio ideale, difficile da quantificare, tra lavoro e vita provata.

Shah ha aggiunto che “tutti meritano una grande vita personale, ma ciascuno la gestisce a modo suo

Sono d’accordo che ciascuno può gestire l’equilibrio tra la vita personale e professionale a modo suo ma né le aziende né le persone hanno ancora trovato un giusto compromesso per gestire questo aspetto, sebbene già molto si stia facendo rispetto agli anni passati

La restaurazione auspicata da Shah, però, si scontra non solo con una nuova sensibilità, ma anche con gli studi che hanno messo in discussione l’idea che lavorare di più renda più produttivi. L’ultimo è quello condotto dal Workplace Lab di Slack, che ha intervistato diecimila persone e ha rilevato che chi stacca all’orario previsto dal contratto è più produttivo del 20% rispetto a chi si sente costretto a lavorare fino a tardi. “È opinione comune che per produrre di più basti lavorare di più”, ha detto Christina Janzer, senior vice president of research and analytics e capo del Workforce Lab. “Abbiamo l’occasione di distruggere questo mito. Più ore non significano per forza maggiore produttività”. In particolare, il 75% degli intervistati ha riscontrato un calo della produttività tra le 15 e le 18.

L’altra questione relativa alla durata necessaria ed indispensabile delle ore settimanali da dedicare al lavoro è ormai ben nota e non può prescindere dagli altri aspetti. Molti studi sostengono e provano che ci sia un limite massimo di ore lavoro continuative che una persona possa sostenere, e qui nulla di nuovo; ma ciò che fa la differenza secondo me è come queste ore vengono impiegate.

E’ spesso una questione legata alla cultura sociale ed economica nazionale. Vi sono paesi come ad esempio quelli nordici dove è consuetudine dedicare la massima concentrazione possibile alle ore dedicate al lavoro cercando di farle rendere il più possibile ed essere liberi di dedicarsi al proprio tempo personale al termine dell’orario lavorativo. Altri paesi a stampo, “mediterraneo” utilizzano il tempo lavoro anche come occasione di scambio sociale: la fatidica “pausa caffè”, diluendo l’efficacia del tempo dedicato alle attività prettamente professionali e di conseguenza rendendo meno produttiva la giornata lavorativa 

E’ interessante considerare anche il tipo di lavoro e il relativo “uso” delle ore della giornata. Studi professionali finanziari, studi legali, grosse società di consulenza considerano d’abitudine la giornata lavorativa di 12 ore e il restare in ufficio oltre le tradizionali 8 ore è percepito come un comportamento naturale (o ovviamente necessario quando progetti impegnativi o scadenze rigorose lo richiedono). Da questo punto di vista però le nuove generazioni stanno gradualmente imponendo un cambio di abitudini.

Anche alla luce di queste ricerche, aziende e governi hanno avviato esperimenti per ridurre l’orario lavorativo. In Italia, gruppi come EssilorLuxottica, Intesa Sanpaolo, Sace e Lamborghini sono partiti con programmi sulla settimana di quattro giorni. Paesi come Islanda, Spagna, Portogallo, Belgio e Giappone hanno lanciato proposte e programmi pilota a livello nazionale.

Il principale esperimento è stato in Gran Bretagna e ha coinvolto 2.900 lavoratori di 61 aziende. È emerso che lavorare un giorno in meno a settimana riduce i livelli di ansia, fatica e disturbi del sonno, migliora la salute mentale e fisica e aiuta a bilanciare meglio vita professionale e incombenze domestiche. Le persone che hanno lasciato le aziende durante l’esperimento sono diminuite del 57%, il totale dei giorni di malattia è calato di due terzi. Quanto ai risultati economici, secondo Autonomy, la società di ricerca che ha elaborato i risultati, i ricavi delle aziende sono aumentati in media dell’1,4%.

Le iniziative sperimentali della settimana di quattro giorni non hanno ancora dimostrato, nel medio e lungo termine, risultati nettamente positivi o negativi rispetto all’equilibrio tra un buono svolgimento del lavoro, una buona resa delle ore rispetto alla performance e un ovvio miglioramento della vita privata.

Le affermazioni di alcuni studiosi che “l’eccesso di lavoro conduce ad una diminuzione della produzione”, sono piuttosto scontate. La giusta prospettiva dalla quale osservare questa ovvia considerazione è osservare per quanto tempo la persona è soggetta ad un eccesso di lavoro. In questo caso sono d’accordo che l’individuo che lavora continuativamente per molte ore oltre l’orario standard sia naturalmente più stanco, stressato e di conseguenza molto meno produttivo. 

Ma oggettivamente quanti sono i casi in cui questo avviene con preoccupante frequenza, almeno nei paesi occidentali che, in un modo o nell’altro, adottano da tempo regole piuttosto rigorose sulla gestione del Lavoro?

Ritengo in generale che su questi temi ci debba essere un cambio di prospettiva più chiara e consapevole sia da parte dei datori di lavoro, sia da parte dei lavoratori.

Gli uni devono continuare a sperimentare modalità più equilibrate nella gestione, organizzazione e distribuzione del lavoro rispetto agli obiettivi di business e di performance e alle esigenze delle persone e soprattutto delle nuove generazioni.

Gli altri, e proprio queste nuove generazioni, devono comprendere che c’è un minimo indispensabile di tempo da dedicare al lavoro per svolgerlo bene e con efficacia, indipendente da usi e abitudini invalse, che sia direttamente e necessariamente connesso alla necessità di svolgere con profitto e con efficienza i compiti assegnati per realizzare i progetti assegnati e raggiungere gli obiettivi. Si tratta di una duplice prospettiva che deve essere continuamente osservata e rispettata da entrambe le parti per giungere ad un equilibrio dettato da buon senso e vantaggio reciproci.

PIERANGELO POLLINI