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11 Aprile 2024

La FOMO, la JOMO e la risposta sbagliata del Luddite Club

Siamo nell’era digitale: il nostro quotidiano è pervaso da una costante connessione ai social media, fonte inesauribile di aggiornamenti, notizie e momenti condivisi. Siamo sovrastati da un perenne flusso di informazioni. Questa dinamica, foriera di possibilità, nasconde delle insidie. Una di queste è la cosiddetta FOMO.

FOMO è l’acronimo per “Fear of Missing Out”, cioè la paura di perdersi qualcosa. 

È più di un semplice termine alla moda: è un vero e proprio stato mentale che molti di noi provano usando internet e i social media.

Ma cosa significa davvero avere la FOMO? 

È un sentimento che nasce dall’uso costante dei social media, quando vediamo online le vite degli altri, spesso colme di eventi divertenti e successi, e cominciamo a sentirci come se ci stessimo perdendo qualcosa di importante o di eccitante nella nostra vita.

Questa sensazione rappresenta un’ansia diffusa, scaturita dalla percezione che in un altro luogo possa accadere qualcosa di più entusiasmante, appagante o significativo rispetto a ciò a cui stiamo assistendo. Navigando tra i feed di Instagram, Twitter e LinkedIn, ci confrontiamo con una galleria di momenti felici e successi altrui, che evocano in noi un senso di mancanza e un grande desiderio di essere parte di quelle esperienze.

L’aspetto più interessante della FOMO è che non riguarda solo la paura di perdere eventi o esperienze, ma anche idee, collegamenti e opportunità professionali. Questa sensazione può essere paralizzante e deprimente, specialmente nel mondo del lavoro, dove il peso di essere costantemente aggiornati e al passo può diventare un’ossessione.

La FOMO, se affrontata con gli strumenti giusti, può trasformarsi da “ombra che ci segue” a “luce che ci guida”, verso una maggiore comprensione di noi stessi e del nostro posto nel mondo, digitale e non. 

Come spesso accade, queste dinamiche comunque poco sane scatenano delle risposte uguali e contrarie: stiamo parlando della JOMO, la “Joy of Missing Out”.

La JOMO è l’atto consapevole di allontanarsi dalla corsa incessante di stare sempre al passo con gli altri, specialmente sui social media. È una scelta deliberata di disconnettersi e ritagliarsi spazi di tranquillità, riflessione, e apprezzamento per le piccole gioie della vita quotidiana. 

In ambito lavorativo, l’applicazione della JOMO rappresenta un cambiamento rivoluzionario nel modo di percepire e gestire la professione. Ciò si traduce in un approccio consapevole alla gestione del tempo e delle priorità, dove il valore non è più posto nell’essere costantemente connessi o aggiornati su ogni nuova tendenza o notizia del settore, ma nell’essere selettivi e concentrati sulle attività che realmente arricchiscono la propria professionalità e il proprio benessere.

Sebbene la JOMO possa certamente suscitare virtuosi percorsi di auto-consapevolezza, essa sta portando anche a reazioni paradossali. 

Pensiamo al Luddite Club, un movimento di emancipazione dallo smartphone nato ormai qualche anno fa New York, in cui ragazzi adolescenti decidono di disconnettersi usando dumb-phones e organizzando ritrovi dal vivo in cui si leggono e discutono libri e dintorni.

Per quanto possa rappresentare solo una fase, questa è una risposta che consideriamo estrema, in quanto non è escludendoci dal mondo e dal tempo in cui viviamo che possiamo migliorare, bensì cresciamo davvero integrando le sue caratteristiche, discernendole e trovando un nostro personale equilibrio e bilanciamento.

La soluzione non sta nel rinunciare completamente né nell’abbracciare senza riserve, ma nel riconoscere che il nostro benessere dipende dalla capacità di vivere pienamente ogni momento, sia che ci troviamo immersi in un mare di tweet, sia che decidiamo di spegnere lo schermo per guardare le stelle. Il digitale è uno strumento: sta a noi decidere come utilizzarlo per costruire una vita ricca di significato, connessioni autentiche, ma anche, perché no, felice solitudine.